L’export italiano lo dimostra: la crisi è una lotta e solo i vinti piangono

la nostra crisi

La crisi viene spesso descritta come se fosse un violento tornado che si abbatte su tutta la popolazione, sui ricchi come sui poveri, sui lavoratori come sulle aziende, travolgendo l’intera economia: un disastro collettivo che colpisce tutta la società, dalla testa ai piedi. Come vedremo si tratta, tuttavia, di una narrazione funzionale esclusivamente agli interessi della classe dominante, perché veicola una visione armonica della nostra società: stiamo perdendo tutti, tutti insieme dobbiamo rialzarci e non vi sono ragioni per immaginare un conflitto all’interno della società – tra le sue parti.

Peccato (per la classe dominante) che ogni tanto questa narrazione tossica debba fare i conti con la realtà dell’evidenza empirica, una realtà che ci fornisce un quadro sostanzialmente diverso: la crisi assume infatti i contorni di una precisa trasformazione della società, un violento cambiamento di rotta imposto al modello di sviluppo per favorire una parte della società a scapito di un’altra, un cambiamento che si manifesta attraverso una ricomposizione della domanda – favorendo quella estera a scapito di quella domestica – alla quale viene demandato il ruolo di trainare l’economia. I recenti dati sul commercio internazionale pubblicati da Eurostat aprono l’ennesimo squarcio sulla narrazione dominante, mostrando i tratti di una vera e propria lotta tra le classi sociali. Come in tutte le lotte, vedremo chiaramente vincitori e vinti, ovvero una divisone della società che non può emergere dalle narrazioni pacificanti della crisi. E torna alla memoria il significato originario della krísis quale scelta, una decisione che imprime un cambiamento nell’organizzazione della nostra società.

Proprio in questi giorni è possibile imbattersi in un recente articolo di Marco Fortis sul Foglio dove si parla apertamente dei “dieci anni (di crisi) che hanno migliorato le esportazioni italiane.” Sì, proprio così: la crisi ha fatto bene ad un pezzo importante della nostra economia, consentendo a quel segmento del tessuto produttivo orientato al commercio con l’estero di aumentare le vendite, sbarazzarsi della concorrenza e conquistare quote crescenti dei mercati mondiali. Nel dettaglio, i nuovi dati sul commercio internazionale ci parlano di un’economia italiana che si è integrata meglio nelle reti globali degli scambi proprio negli anni della crisi. Nel 2007 il nostro paese importava più beni e servizi di quanti ne esportasse all’estero, registrando un disavanzo commerciale di 8,6 miliardi di euro: eravamo tra i deboli del mercato mondiale. Nel 2017 la situazione si è ribaltata, con le esportazioni che superano le importazioni di ben 47,4 miliardi di euro: si tratta di un miglioramento del saldo commerciale di oltre 56 miliardi di euro in dieci anni, un vero e proprio balzo in avanti delle aziende italiane sui mercati internazionali. Secondo la ricostruzione di Fortis l’Italia occuperebbe il secondo posto in Europa per il miglior surplus commerciale, dopo la locomotiva tedesca. Trainato dai settori della chimica-farmaceutica, dell’agroalimentare, della meccanica dei mezzi di trasporto e di altri settori manifatturieri (moda, mobili, carta, metallurgia, gomma, plastica), l’export italiano è cresciuto negli anni della crisi di più di 83 miliardi di euro. Eccoli, dunque i vincitori: nessuna lacrima per loro, nessuna goccia di sangue dai loro fatturati, solo tanti profitti macinati proprio negli anni della crisi. Come vedremo, proprio grazie alla crisi.

Vi è un preciso nesso tra le strabilianti performance del settore delle esportazioni italiano e la precarietà, la disoccupazione e la povertà che stanno mettendo in ginocchio il resto del Paese. Specialmente nei settori a più alta intensità di manodopera, la retribuzione del lavoro rappresenta una delle più importanti voci di costo di un’impresa; pertanto, il progressivo ma inesorabile smantellamento dei diritti dei lavoratori che ha avuto luogo negli ultimi anni (ultimo atto il Jobs Act) ha operato un disciplinamento dei lavoratori, resi più docili e meno combattivi dalla riduzione delle tutele, dalla marginalizzazione della contrattazione nazionale e dal crescente ricatto della disoccupazione. In questo modo si è prodotta una contrazione dei salari, che ha colpito per primi i lavoratori più vulnerabili e ricattabili, dei segmenti produttivi più fragili. Questa alterazione dei rapporti di forza ha poi permesso ai capitalisti di esercitare una pressione al ribasso anche sui salari dei lavoratori delle aziende che producono principalmente per i mercati esteri: ecco rivelato il segreto del successo delle esportazioni italiane all’estero registrato dai dati Eurostat.

Abbiamo una manodopera altamente qualificata che, grazie all’impoverimento imposto dalla crisi, si offre sul mercato del lavoro a salari sempre più bassi, a tutto vantaggio di quelle imprese che possono invadere i mercati esteri sfruttando due armi formidabili: da un lato, la capacità di penetrazione dei settori qualitativamente più elevati del made in Italy e, dall’altro, la possibilità di competere sui prezzi proprio grazie alla compressione salariale. La crisi che stiamo vivendo assomiglia molto ad una precisa scelta di governo dell’economia che favorisce un ristretto gruppo di imprese a forte proiezione internazionale, i capitali più solidi e maggiormente capaci di competere sui mercati globali, contro gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione, costretti a pagare il prezzo della cosiddetta svalutazione interna attraverso la disoccupazione di massa, la precarietà e la povertà. E questo non succede per caso o per una qualche legge di natura, ma perché nel contesto europeo, non vigendo la possibilità di svalutare la propria moneta per riacquistare competitività estera, lo stimolo all’export dal lato dei prezzi può avvenire solo tramite la svalutazione del lavoro, che vuol dire riduzione generalizzata dei salari e peggioramento delle condizioni di vita per la maggior parte della popolazione.

Vincitori e vinti, dunque, come in tutte le lotte. I vincitori potranno continuare a godersi i loro successi in santa pace fin quando i vinti, credendo al mito della crisi generalizzata, ignoreranno l’esistenza di chi ha tratto profitto dalla loro sconfitta. Quel profitto ed il potere che ne deriva riposano entrambi anche sulla incapacità dei vinti di riprendere la lotta.

 

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